Chi è Eleonora Baldelli? Storia di una blogger ammalata di Wanderlust

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Chi è Eleonora Baldelli? Storia di una blogger ammalata di Wanderlust

Niente da fare, non c’è verso.

La maggior parte delle persone pensa che curare un blog sia più o meno l’equivalente di scrivere un diario segreto, quelli con il lucchettino dorato che si riusciva ad aprire facendo semplicemente un po’ di pressione. E per molto tempo l’ho creduto anche io.

Quando ero ancora una bambinetta avevo anche io un diario segreto. Ci scrivevo dentro i miei segreti, i miei pensieri, il nome dei miei fidanzati immaginari.

Ricordo che all’epoca mi innamoravo di qualsiasi viso angelico con il caschetto biondo. Non so come sia finita in età adulta a invaghirmi di motociclisti barbuti metallari che scolano litri di birra. Davvero, non so spiegarmelo.

Tenere un diario mi aiutava a riordinare i pensieri e a non dimenticare gli attimi che avevo vissuto.

Sono sempre stata terrorizzata da questo. Dimenticare. Svanire. Perdersi nell’oblio. Per me significano morte.

La passione della scrittura

La mia passione per la scrittura è aumentata di giorno in giorno, nel corso degli anni.

Una volta, da ragazzina, ho anche vinto un concorso letterario indetto tra le scuole superiori della mia città. Questo mi convinse a voler intraprendere una carriera da scrittrice.

Sognavo il mio libro là, sulla mensola della libreria, proprio in mezzo tra Pirandello ed Eco. Una libreria un po’ strana forse, dove non si capisce bene secondo quale ordine catalogano le opere. Ma si tratta di un mio sogno, no? E nei sogni si sa, tutto è lecito.

Continuai a scrivere, racconti e prose e poesie, per concorsi letterari vari. Passavo ore a cercare concorsi, date, titoli, indirizzi. E ho scritto centinaia di racconti, alcuni veramente lodevoli, altri che non erano poi questo granché.

Centinaia di piccole opere inedite rimase chiuse in un cassetto, senza mai aver visto la luce, senza mai aver avuto una possibilità di liberarsi, di mostrarsi al mondo.

Non avevo fatto i conti con la paura del fallimento, con l’ansia da prestazione. Già li vedevo, i giudici del concorso, pronti a ridere della mia narrativa. Mi sentivo nuda, di fronte a una platea di occhi critici, pronti a criticarmi, a schernirmi, a ridicolizzarmi.

E così abbandonai il sogno di divenire una scrittrice. Ma non ho mai dimenticato questo sogno adolescenziale, tanto da chiamare mia figlia Emily, come la Brontë.

Una donna che corre con i lupi

Fu quando lessi Donne che corrono con i lupi che capii di avere di fronte a me due strade.

Potevo decidere di rimanere quella che ero, la ragazza bloccata dalla paura della paura, oppure prendere in mano il timone della mia vita e smettere di lasciarmi trascinare dalla corrente.

Optai per la seconda strada ed è stata dura. Accidenti se è stata dura.

Inizialmente non sapevo da che parte iniziare. Poi, un po’ per caso, scrissi su un post-it la frase Fake it ‘til you make it e l’appesi sullo specchio del bagno, l’unico posto prima della caffettiera che ero sicura avrei guardato ogni mattina appena sveglia.

A quel foglietto ne seguirono altri. Tanti altri.

New day, new life

Quando un uomo ha posto un limite a quanto farà,
ha posto un limite a quanto può fare

Il successo è un viaggio, non una meta

Cominciai a leggere le mie frasi ogni giorno, poi più volte nel corso del giorno, e piano piano cominciai a crederci.

Il secondo passo, quello più difficile, fu quello di mettere in pratica quelle frasi. Questo significa cominciare a credere in se stessi, nelle proprie capacità, nelle proprie potenzialità.

Il terzo passo fu di trasformarmi in quelle stesse frasi.

Senza accorgermene mi stavo trasformando in una Donna capace di correre con i lupi.

La libertà di svegliarsi a che ora vogliamo

Se c’è una cosa che ho sempre odiato del lavoro è il fatto di dover iniziare la mattina presto.

Tendenzialmente sono una persona notturna. La mia mente comincia a essere davvero attiva nel tardo pomeriggio e il massimo dell’ispirazione giunge sempre di notte.

Questo è un problema, nel mondo civile e socialmente accettato. Un grosso problema.

Quando lavoravo come dipendente non sono mai riuscita ad essere puntuale. Faccio fatica a svegliarmi, la verità è questa.

La mia mente segue ritmi diversi dai miei occhi.

Sognavo un lavoro dove potevo entrare a lavoro alle 5 del pomeriggio e lavorare fino a tardi. Per questo ho lavorato come cameriera per moltissimi anni. E se devo essere onesta, era un lavoro che a me piaceva davvero molto.

Lavorare per rendere le persone felici e appagate. Servirle senza essere loro serva. Intessere relazioni sociali. Regalare un sorriso a chi non se lo aspetta. Cosa c’è di più soddisfacente?

La crisi sociale e lavorativa ha cominciato poi ad avanzare, i ristoranti hanno cominciato a svuotarsi e pure il mio lavoro cominciava ad essere meno necessario. Fino al licenziamento.

Ho ricominciato a cercare lavoro, senza perdermi d’animo. Nella mia città non sono riuscita a trovare niente. Ho quindi cominciato a cercare lavoro in altre città.

Perugia. Parma. Milano. Bolzano. Genova.

E ho scoperto che viaggiare era ancora più soddisfacente di qualsiasi attività avessi mai svolto.

Capii di aver bisogno di una pausa. Volevo mettere in ordine le mie idee. Stare da sola con me stessa e rimettermi in contatto con quella persona che ero diventata e che non mi ero accorta di non conoscere poi così bene.

Presi uno zaino. Lo riempii. Uscii dalla porta di casa senza nemmeno un piano.

Quello fu il primo di decine e decine di viaggi in solitaria.

Wanderlust

La Wanderlust è un termine tedesco formato da due parole: wander ossia girovagare, e Lust, che significa voglia, desiderio. La Wanderlust è quindi un desiderio inspiegabile e inarrestabile di viaggiare.

Ma questa definizione non spiega davvero cosa sia la Wanderlust. La Wanderlust è più di un desiderio, è più di una semplice voglia.

La Wanderlust è una passione travolgente, un istinto incontrollabile, un impulso primordiale insito dentro chi ne affetto.

La Wanderlust, per quelli che come me “ne soffrono”, è pura energia vitale. Quell’energia che ti fa svegliare la mattina (sì, ho detto davvero ‘mattina’!) e che ti fa desiderare di partire. Perché per chi come me è affetto dalla Wanderlust, l’importante non è la meta ma il viaggiare fine a sé stesso.

Quando si decide di viaggiare da soli, sia che la meta sia ben definita sia che si parta all’avventura, la parola d’ordine è quasi sempre: incertezza.

Questo perché non sai quello che vedrai, chi incontrerai, quali emozioni proverai, cosa si distenderà sul tuo cammino. La cosa bella del viaggiare fine a sé stesso è però proprio questo: l’incertezza.

Ed è proprio dall’incertezza che nasce la curiosità, la voglia, il desiderio ardente di spingersi più in là, di scoprire cosa ci sia oltre la linea dell’orizzonte.

E l’orizzonte non è poi così lontano. Una volta che lo avrai raggiunto, troverai un nuovo orizzonte verso il quale spingerti. E poi un altro. E un altro ancora.

Cos’è quindi la Wanderlust?

La Wanderlust è il desiderio di toccare la linea dell’orizzonte fino a fondersi con quella stessa linea.

Il desiderio di spingersi sempre più in là ha fatto sì che durante i miei viaggi io non sapessi mai con esattezza dove fossi diretta. La meta non è mai stato un obiettivo proprio perché spesso non sapevo quale meta avessi davanti.

A volte la direzione da seguire mi era data da una farfalla, così leggera e aggraziata nel suo volo che mi veniva la voglia di inseguirla. Talvolta ciò che mi attirava in una determinata direzione era una chiesetta arroccata in lontananza o un sentiero di paese o ancora il profumo del mare.

Una volta, il mio peregrinare mi ha portato in Germania dove vivo ormai da diversi anni.

La scoperta del web

Scrivere. Intessere rapporti sociali. Viaggiare.

Che bello se nella vita avessi potuto non fare altro!

È stato quasi per caso che mi sono avvicinata al web. Ancora non avevo capito che le mie tre passioni potevano convivere senza problemi.

Non so quanti blog avessi già aperto, in realtà.

Li avevo aperti un po’ così, per caso, un po’ come i diari segreti che avevo da ragazzina. In uno raccoglievo nuovi racconti. In un altro frasi che mi venivano in mente all’improvviso. In un altro scrivevo i miei sogni. In un altro collezionavo le più belle foto che trovavo in rete.

Blog che, come i miei diari, finivano in un cassetto e venivano dimenticati.

L’ultimo blog che aprii fu relativo al mio trasferimento in Germania. Cominciai a scrivere in modo più costante rispetto al passato e a riportare le mie esperienze e le nuove informazioni che scoprivo.

Con mia profonda sorpresa, il blog è esploso in pochissimo tempo. Sempre un maggior numero di visitatori, sempre un maggior numero di complimenti, di richieste, di domande.

Le persone avevano cominciato prima a interessarsi a ciò che scrivevo, poi a interessarsi su chi fossi io.

Il mio blog era divenuto per me come una finestra sul mondo esterno. Cominciai a dedicare sempre più tempo a curarlo, inserire dettagli, renderlo un luogo fresco e accogliente per ogni visitatore che fosse entrato.

Mi sentivo come se aprissi le porte di casa mia. Regalavo informazioni. Intessevo relazioni e rapporti sociali. Riuscivo a donare un po’ di conforto. Mi sentivo utile. E, soprattutto, scrivevo.

Il mio blog divenne per me tutto quello che desiderassi fare nella vita. Era la mia soddisfazione più grande. Erano i miei racconti usciti dal cassetto. Era confrontarmi con i giudici dei concorsi letterari. Era demolire definitivamente uno a uno tutti i miei fantasmi.

Pensai che se fossi riuscita a guadagnare da questa mia nuova passione avrei avuto un doppio vantaggio: avrei continuato a fare quello che più mi piaceva al mondo e avrei potuto ricominciare a viaggiare.

Gli inizi però non sono stati facili.

Se c’è una cosa che ho imparato dai miei viaggi è che se una strada non porta verso la linea dell’orizzonte, allora è una strada sbagliata.

E io volevo arrivare a toccare l’orizzonte anche questa volta.

Sono stati mesi di tanti tentativi, pianti, demoralizzazione. A un certo punto ho pensato che forse era meglio chiudere il blog. Ma con un figlio piccolo e uno in arrivo, anche ricominciare a viaggiare era impensabile.

Un cul-de-sac che mi faceva intravedere tutto, tranne la linea dell’orizzonte.

La scatola di cartone

Fu dopo l’ennesimo trasloco che all’interno di una scatola trovai una scatola più piccola. Una scatola rosa con un piccolo fiocchetto.

Non ricordavo nemmeno di averla messa là dentro. La aprii.

Con mio profondo stupore, trovai al suo interno i post-it che anni prima avevo attaccato sullo specchio del bagno.

New day, new life.

Non potevo arrendermi. Non era da me. Non era dalla me che ero diventata.

Ripresi il blog in mano. Ricominciai tutto daccapo.

Nel corso degli anni una cosa non mi aveva mai tradita: seguire le mie passioni. Seguire le mie passioni mi aveva portato a ritrovare me stessa, a essere coraggiosa, a conoscere persone fantastiche, a circondarmi di serenità.

Avrei continuato a lottare per le mie passioni. È la passione che mi tiene viva, è il sentimento che mi fa scorrere il sangue nelle vene.

La scatola di cartone aveva un messaggio per me. O meglio, tanti piccoli messaggi per me, scritti su piccoli foglietti gialli. Dovevo ascoltare la mia voce interiore, quella che continuava a ripetermi di andare avanti.

I foglietti gialli ripresero il loro posto sullo specchio del bagno.

L’essenziale è invisibile agli occhi

Le mie passioni mi hanno aperto la strada per il successo.

Cosa è il successo?

Il successo è sentirsi realizzati, è avere un motivo per non arrendersi, è credere in se stessi e negli ideali che portiamo avanti.

Raccontandoti la mia storia, i miei insuccessi, delle volte in cui sono caduta e che mi sono rialzata, spero che tu possa trovare uno specchio nel quale confrontarti.

Se anche tu stai cercando la tua strada, se stai seguendo le tue passioni e non vedi risultati tangibili, ricordati che è normale. Così come è normale maledire tutto, demoralizzarsi, fallire.

Il vero fallimento, però, non è quando cadiamo e ci rialziamo. Il vero fallimento è non reagire al fallimento.

Quando si pensa a un marketer pensiamo a uno smanettone freddo, calcolatore, immerso in numeri, algoritmi, dati.

All’interno di questo mondo ci sono anche persone estremamente sensibili, che lasciano che sia la passione e l’emozione a muovere i fili della propria vita, che vedono il successo come una realizzazione personale piuttosto che come una forma di guadagno economico.

Regala le tue conoscenze. Dona i tuoi sorrisi. Lascia che sia la tua sensibilità a indicarti la strada. Lascia che la passione esploda da ogni cosa che tocchi. Non lasciare mai che si spenga la tua luce interiore. E proprio come disse la volpe:

Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. 

Se ci riuscirai, ecco, sarai una persona di successo.

La vita è la tua nave: decidi se vuoi guidarla o lasciarti soltanto trasportare dalle onde.

Buona fortuna!

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